Quando Umberto Eco era una rockstar.

Andrea Comas_Anno 1998. Umberto Eco è a Mosca per una lezione alla RGGU, l’Università Statale di Studi Umanistici. Ad ascoltarlo, non solo studenti e professori, ma anche molti curiosi. Una folla da concerto rock.
Ecco le testimonianze di chi era lì quel giorno.

Umberto Eco in Russia è amato (e conosciuto) quasi come in patria. Sia i romanzi che i saggi dello studioso italiano sono ampiamente apprezzati dalle parti di Mosca, e ancora oggi alcuni scritti vengono accanitamente discussi e analizzati in certi ambienti russi (per fare un esempio, lo studio sulle caratteristiche del fascismo suscita ancora polemiche).
Nel ’98 Eco era giunto a Mosca per tenere una lezione, “Autore e interpretazione” presso una prestigiosa università della capitale. L’evento ebbe un successo clamoroso, dato l’interesse dei russi verso questo celeberrimo intellettuale italiano.
Ecco i ricordi di chi era andato ad ascoltare Umberto Eco.

_ Roman Volobuev, giornalista e sceneggiatore.
Nel 1998 Eco tenne una lezione alla RGGU, e io venni incaricato di fare un’intervista per conto di Izvestija. Per ascoltarlo si era formata una coda enorme. Non ricordo la lezione, perché era come un concerto rock, con un sacco di gente a guardarlo a bocca aperta. Lui era simpatico, divertente, e scherzava. E lì c’erano proprio tutti, come se fossero arrivati i Rolling Stones. Principalmente studenti, ma lezione era aperta al pubblico. A nessuno interessava quello che diceva, perché lui era una star, e tutti erano rapiti.
Durante l’intervista era seduto in una stanzetta minuscola, in cui tutti entravano registratori alla mano. Non ricordo nemmeno se abbiamo parlato in italiano o in inglese, ma mi sembra fosse tutto in inglese. Forse la stessa Kostjukovič (la principale traduttrice di Eco in Russia) era lì. Abbiamo tentato di parlare di un ritorno del medioevo, un tema a lui molto caro, e ha detto una cosa del tipo “Ragazzi, datemi una bottiglia di vodka e vi trovo dei paralleli tra qualsiasi epoca.”

_ Aleksej Munipov, direttore progettuale del progetto divulgativo “Arzamas”
È stato quasi 20 anni fa. La lezione me la ricordo vagamente, e anche quanto ci siamo detti durante l’intervista me lo ricordo poco. Per me, la nostra direttrice nemmeno sapeva chi fosse. Da quanto ricordo, al tempo erano appena stati pubblicati “Il nome della rosa” e “Il pendolo di Foucault”, ma le informazioni erano comunque poche, Internet era ancora in fase embrionale. Anche se, ovviamente, su di lui scrivevano abbastanza, anche interviste in traduzione. Era chiaro: era il nostro idolo.
Noi, a quanto pare, traducevamo freneticamente le nostre domande in inglese, ma non era necessario. Anche se il ricordo dell’intervista è svanito, le sensazioni che Eco mi ha dato me le ricordo molto bene.
In un piccolissimo studiolo, evidentemente stanco dopo la lezione, Eco doveva sostenere un’intervista dopo l’altra, ma non vedeva nessun problema nel rispondere alle domande di due studenti ventenni. È stata una chiacchierata corta, ma molto articolata e professionale, e dunque amichevole.
Sembrava, allo stesso tempo, un oratore ideale, un professore ideale e un compagno di bevute ideale. Ho subito avuto la sensazione che amasse conversare sedendo a tavola, con tutto ben apparecchiato, e io avevo una gran voglia di sedermi a tavola con lui e parlare. A essere sinceri, ancora oggi lo voglio.

_ Karina Babkina, fotografa 
Quando Umberto Eco giunse a Mosca, andavo ancora a scuola. Lo ammiravo, anche se non avevo letto niente oltre a “Il nome della rosa” e “Il pendolo di Foucault”. Avevo solo 14 anni e ancora oggi non ricordo come venni a sapere di quella lezione alla RGGU. E non ricordo nemmeno come riuscii ad arrivarci. Ma mi bastò farmi strada tra la folla con un po’ di sfacciataggine per arrivare in prima fila e sedermi sui gradini.
Trovai il modo di mettere il mio registratore sotto il naso del grande professore e per tutta la lezione cercai di non muovermi, perché di tanto in tanto Eco mi guardava molto fissamente, come se da un momento all’altro mi dovessero scacciare dalla sala.
Come se non bastasse riuscii a strappargli un autografo sul mio quadernone degli appunti, dato che non avevo nient’altro a portata di mano. Eco reagì allargando le braccia, ma sopportò anche questo. Insomma, un uomo esemplare.

Fonte: articolo Moslenta.
Ph: Andrea Comas (Reuters).

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