Un tuffo in Georgia.

di Lucia Iacovone.

_On the Road: Tbilisi, 15/03/2016.

– Wow! Vai negli Stati Uniti?
– No, in realtà vado a vivere nel Caucaso del Sud!
– Ah! (Espressione palesemente disorientata).
– La Georgia si trova nel Caucaso del Sud, una regione fra Mar Nero e Mar Caspio.
(Espressione ancora più disorientata).
– Confina con Russia, Turchia, Azerbaijan.
(Palese paura) Ma lì c’è la guerra!
– …

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Confusione, nostalgia, paura: tutte emozioni che affollavano la mia mente e mi impedivano di uscire di casa. Erano mesi che aspettavo con ansia questa partenza ma una volta qui, non riuscivo ad agire, ero come paralizzata da me stessa. Così il terzo giorno a corto di kleenex e ripetendomi che era quello che avevo sempre voluto, ho raggiunto il supermercato. Nel tragitto, mi guardavo intorno: marciapiedi disfatti, palazzi in fase di costruzione, impalcature traballanti, una donna sta vendendo mandarini già imbustati per tre lari e mi parla in una lingua che mi pare elfico. Guardo la signora, le faccio cenno di no e sussurro un incerto Madloba, “grazie”, la seconda parola che ho imparato dopo Gamarjoba, “ciao”.

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Devo attraversare la strada per raggiungere l’entrata del supermercato, cosa che si rivela altamente pericolosa per la velocità delle macchine. Le strisce pedonali? Non ce ne sono, ma se anche ci fossero il guidatore georgiano non si risparmierebbe una strombazzata di clacson per ricordarti che stai sbagliando ad attraversare la strada e che faresti meglio a volare! Raggiungo l’altra sponda, cambio cinquanta euro in lari in uno di quei negozietti con la scritta al neon che lampeggia “Exchange” e riporta il tasso di cambio per l’euro ed il dollaro americano. I miei primi lari. Entro nel Carrefour e subito mi meraviglio del reparto ortofrutticolo, c’è così tanta frutta e verdura fresca: mele, banane, arance, melagrane, peperoni rossi e gialli, pomodori e pomodorini. Comincio a gironzolare per i vari reparti, solo per il gusto di guardarmi intorno, per me che ho sempre preferito i supermercati ai negozi di vestiti. E sorrido perché penso a coloro che prima di partire si preoccupavano per la mia nutrizione, chiedendosi come avrei fatto senza pizza e pasta. Tranquilli, sono sicura che sopravviverò.

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Da quel giorno, non faccio che camminare ogni volta che posso. Mi perdo nel caos della città, tra clacson, sgommate, gente che scappa fumando, altri aspettano l’autobus o la marshrutka. In tutto questo via vai di vita ci sono io che guardo quello che mi circonda: come veste la gente, i colori più diffusi, la pettinatura più comune, i negozi che non hanno insegna, quindi mi fermo davanti alla porta e guardo dentro per capire cosa viene venduto in quel negozio. Il disordine delle forme crea un’atmosfera in cui tutto è in movimento e non c’è regola prestabilita che dia logica. Ed è eccitante vedere che nulla è scontato, dallo stile dei palazzi, i marciapiedi che sono la metà della strada non per permettere ai pedoni di poterci camminare tranquillamente ma alle auto di poter essere parcheggiate, quelle macchine distribuite per la città dove poter ricaricare il proprio abbonamento pubblico.

Il biglietto del bus che costa appena 0,20 cent di euro e per gli studenti 0,075. Uomini della sicurezza dappertutto, persino all’università, poliziotti che entrano tranquillamente col mitra nei negozi. Un controllore sul bus ed un altro alla fermata che mi chiede il biglietto e da dove vengo e mi risponde: “Italy? Great country!”. Le storte che prendo ogni qualvolta che presa dalle mie osservazioni non noto una buca nella strada. La polizia e l’ambulanza che hanno lo stesso numero, e non mi è ancora chiara la differenza. Il pubblico in delirio per la vittoria della squadra di rugby, orgoglio dei georgiani. Le vecchiette fuori dallo stadio prima della partita che vendono pacchetti di fazzoletti, semi di girasole abbrustoliti, popcorn, sigarette e accendini. Tutto sistemato su una scatola di cartone.

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I khinkhali dopo la partita, come vuole la tradizione. Contrattare il prezzo del taxi con l’autista. Quelle domeniche mattina che cominciano male per via degli operai che lavorano proprio sotto casa e per di più ti tolgono l’acqua, senza alcun preavviso. Buongiorno anche a voi! Ogni volta che vedo qualcuno fumare nei locali vorrei corrergli incontro e dirgli di spegnerla perché non si fa, non è legale! Ma poi mi guardo intorno e realizzo che tutti stanno fumando. È normale. E penso che è interessante come cambi il concetto di normalità da un paese all’altro. Ci sforziamo di dare un significato al concetto di “normalità”, dal quale poi stabiliamo una legge comune, valida per tutti. Ma poi basta prendere un aereo, andare a vivere in un’altra città e quel concetto “valido per tutti”, ora è valido solo per me ed è diventato semplice retaggio culturale, un filtro che non mi permette di guardare alle cose così come sono ed imparare ad apprezzarle nella loro diversità.

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Quello che farò in questi mesi di mia permanenza in Georgia è un tuffo, spogliata di qualsiasi filtro, nella storia, nella cultura e nella lingua georgiana al fine di apprendere quanto più possibile di questo paese di cui ancora poco si conosce.

_ Lucia Iacovone, 15/03/2016

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