Oltre la cortina

_ di Andrea Castagna

_ Cosa significa conoscere i Paesi post-sovietici da fotogiornalista? Ce lo spiega Massimiliano Salvo, reporter genovese per Repubblica, Espresso.it e blogger di viaggio per L’Huffington Post.
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_ Dalla Croazia e l’Ungheria nel 2005 all’Armenia e Georgia nel 2015. Passando per Polonia, Romania, Turchia, Kurdistan, Bosnia, Bielorussia, Moldova e Azerbaijan. Massimilano Salvo, 29 anni, è un fotogiornalista e reporter genovese per Repubblica, Espresso.it e blogger di viaggio per L’Huffington Post. Il suo lavoro e la sua passione per la fotografia lo hanno portato un po’ ovunque nel mondo, a caccia di storie e luoghi da raccontare. E molto spesso ha visto con i proprio occhi le contraddizioni e i conflitti che ancora oggi animano i paesi che orbitavano attorno all’Unione Sovietica.

[Tutte le foto di questo articolo sono di Massimiliano Salvo. La raccolta completa di foto e materiale di viaggio è disponibile nel suo sito ufficiale  . Ricordiamo che Massimiliano è attivo anche nella pagina Facebook Mondograd]

Allora Massimiliano, cosa ti ha spinto a volere documentare ciò che succede al di là dell’ex-cortina di ferro?
L’URSS e i regimi comunisti dell’Europa Orientale sono qualcosa che la mia generazione ha solamente sfiorato e mai vissuto veramente. E perciò trovo molto affascinante scoprire ciò rimane di qualcosa che a livello storico è stato gigantesco. Al tempo stesso però, ho capito che questi paesi stanno cambiando velocemente e le cose che ho visto nei miei reportage potrebbero non esistere più nel giro di dieci anni.

Cosa ti ha colpito particolarmente durante i primi viaggi nell’Est Europa?
Sicuramente il fatto che al di là dei gap linguistici e culturali, avessi una certa affinità culturale con le persone che incontravo. Benché io non parli russo, ho sempre trovato un modo di comunicare con chiunque incontrassi. Dai villaggi ai piedi del Caucaso ai palazzoni di epoca sovietica a Minsk (Bielorussia) e Chisinau (Moldova).

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Moldova

Tiziano Terzani diceva che quando qualcosa non funziona nello spazio post-Sovietico “è sempre colpa del vicino” e portava come esempio i problemi di Armenia e Azerbaijan che dopo il 1991 si sono sempre incolpate a vicenda per ogni loro fallimento a livello politico ed economico. E’ ancora così secondo la tua esperienza?
E’ difficile rispondere a questa domanda. Ma per ciò che ho visto armeni ed azeri continuano a detestarsi a vicenda. E ciò si vede anche nella vita quotidiana. Durante un viaggio in Azerbaijan, per esempio, la gente per strada mi fermava contrariata perché la mia guida Lonely Planet era sia sull’Armenia che sull’Azerbaijan. E quando mi capita di leggere su Facebook e sui social network alcuni commenti di amici e conoscenti armeni o azeri penso davvero che la situazione sia irrecuperabile.

E sicuramente la guerra in Nagorno Karabakh [NDR una regione autoproclamata indipendente ma controllata militarmente dall’Armenia, che la comunità internazionale riconosce dal 1993 come parte dell’Azerbaijan] complica ulteriormente la situazione. Come sei capitato lì e come è nato il tuo reportage su quel territorio?
Tutto è successo quasi per caso. Mi trovavo in Armenia per un reportage sul genocidio perpetrato quasi un secolo fa dall’Impero ottomano e il Console italiano mi consigliò di visitare il Nagorno-Karabakh. In genere tendo ad evitare le zone ritenute poco sicure dalla Farnesina o dal ministero degli Esteri francese. Eppure quella volta decisi di documentare la storia tanto complessa di quel territorio, anche perché era stato il Console stesso a rassicurarmi.

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Erevan, Armenia

Benché generalizzare sia difficile, quanto pensi che la presenza di Mosca e del Cremlino sia ancora ingombrante nei paesi che hai visitato?
Personalmente credo che Mosca consideri molto spesso alcuni Paesi ancora come parte della propria sfera di influenza. E molto spesso ho vissuto in prima persona questa presenza ingombrante. Per esempio, quando nel 2013 sono andato in Bielorussia il mio aereo Alitalia faceva scalo in aeroporto a Mosca. Ma lì le autorità russe ci hanno sequestrato i passaporti, per poi rispedirci in Italia. A quanto pare, poco prima del nostro viaggio, la normativa per i viaggi dalla Russia alla Bielorussia era cambiata e Mosca considerava il viaggio verso Minsk come volo interno, per cui era richiesto un visto di transito in Russia che non avevamo. Questo, fra l’altro, è uno dei motivi per cui, eccetto l’aeroporto di Mosca, io non abbia mai visitato la Russia. Non so se io possa legalmente richiedere un visto in quanto sono stato espulso. Dovrei informarmi.

Credi quindi che sia poco sicuro fare il giornalista nell’ex blocco sovietico?
In realtà dipende dalla situazione. Ma in generale posso dirti che non mi sono mai sentito in pericolo. Anche in Paesi complessi come la Bielorussia o l’Azerbaijan. Quindi bisogna sfatare il mito dell’Est Europa come un posto rischioso perché come giornalista l’Africa e il Sud America sono posti ben più pericolosi. Certamente però bisogna stare attenti nelle faccende burocratiche. Cerco sempre di richiedere un visto come turista perché viaggiare con un visto da giornalista è molto più complesso. Inoltre occorre fare attenzione quando si incrocia la polizia perché tenta spesso di fregare gli stranieri con multe e divieti assurdi. In Transistria [NDR territorio autodichiaratosi indipendente dalla Moldova] alcuni poliziotti volevano multarmi per non avere attraversato sulle strisce per estorcermi del denaro.

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Nagorno Karabakh

E a livello personale come ti sei trovato?
In questi paesi il turismo è ancora sottosviluppato e quindi si possono visitare posti stupendi per un prezzo molto basso. Cerco sempre comunque di non eccedere il mio budget di 30 euro al giorno. In questo modo posso viaggiare e lavorare senza problemi. Anche perché molto spesso le persone sono molto generose. E’ capitato a Shaki in Azerbaijan che degli sconosciuti vedendomi in difficoltà mi pagassero il biglietto dell’autobus. Oppure nel villaggio di Tatev la gente, seppure molto semplice, fosse molto estremamente cordiale ed ospitale. A volte occorre comunque adattarsi, specialmente per quanto riguarda gli alloggi. In Georgia mi è capitato di dormire in un seminterrato senza riscaldamento e in Armenia ho dormito in un motel per camionisti con le lenzuola usate e il bagno molto sporco.

Bielorussia Foto di Massimiliano Salvo

Grodno, Bielorussia

Aleksandr Solzhenitsyn, l’autore di “Arcipelago Gulag” e ultimo premio Nobel per la letteratura sovietico, si chiedeva se sarebbe stato possibile rimpiangere un regime in cui “dio era scritto con la lettera minuscola e Kgb con la maiuscola”. Che idea ti sei fatto nei tuoi viaggi della nostalgia per l’Unione Sovietica e il Comunismo?
Mi è difficile rispondere a questa domanda. Certamente in paesi come la Polonia detestano in modo viscerale tutto ciò che riguarda il passato comunista. Ma, per esempio, nei villaggi che ho visitato in Azerbaijan in molti rimpiangono l’Unione Sovietica e la sua sicurezza sociale. Soprattutto perché d’inverno se non hai i soldi patisci il freddo. D’altra parte molte volte mi è capitato di vedere persone che grazie al crollo dell’URSS hanno fatto soldi a palate. E dal modo di osteggiare la loro ricchezza, non credo proprio che rimpiangano il passato sovietico.

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Stepanakert, Nagorno Karabakh

Qual sarà la tua prossima tappa e perché?
Quest’estate visiterò Kazakistan meridionale, Uzbekistan e Kyrgyzstan e sarà la prima volta in Asia Centrale. Ho deciso di andarci anche perché mi ha interessato moltissimo il programma “Pascalistan” su RadioDeejay, che racconta l’esperienza di vita di un cantante neomelodico napoletano Pasquale Caprino, divenuto una vera e propria pop-star in Kazakistan.

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